RiEvoluzione Poetica

mercoledì 16 settembre 2015

SignorNò - poesie contro la guerra

SignorNò è un libro-progetto contro la guerra, pubblicato per le Edizioni SEAM, che raccoglie, nella sua prima parte, poesie di veterani Usa di Iraq e Vietnam, oltre ai contributi di refusenik israeliani, mentre la seconda parte ospita testi poetici di autori e autrici nazionali e internazionali.
Questa raccolta di versi e testimonianze, più che proporsi semplicemente come un libro (comunque dal contenuto assai povero di retorica), vuole anche essere uno strumento per realizzare progetti multimediali nel vivo del tessuto sociale, soprattutto nelle scuole e tra i giovani.
La partecipazione attiva di coloro che alla guerra hanno partecipato in prima persona, oltre ad essere un’occasione di riscatto umano, è anche un’opportunità per mostrare con disincanto le ferite interiori lasciate da un orrore che va sempre più globalizzandosi e che ormai trasforma persino i corpi militari delle nazioni in eserciti di mercenari, che hanno come loro obiettivo soprattutto il compito di far quadrare i bilanci delle multinazionali delle armi e della ricostruzione.
Dalla fine della 2° Guerra Mondiale ci sono state almeno 180 guerre, quasi tutte combattute nel Terzo Mondo, promosse e armate dall’Occidente ed hanno provocato 40 milioni di morti, oltre a centinaia di milioni di profughi. Inoltre i conflitti tendono ad assumere un’aura di moralità che non gli spetta, ingannando i cittadini dei paesi coinvolti con nomi che mistificano la vera e immutabile natura omicida di ogni guerra: “operazioni chirurgiche”, “conflitti umanitari”, “interventi preventivi”, “lotta al terrore” e via dicendo. Come ben documentato e riconosciuto, le guerre moderne hanno come inevitabile effetto collaterale quello di mietere una maggioranza di vittime civili, motivo già pienamente sufficiente per dire sempre e comunque: SignorNò!
I diritti d’autore del volume sono interamente dedicati alla causa di Fernando Eros Caro, un nativo americano di ascendenza yaqui, anche lui ex marine, prigioniero ormai da 30 anni in un loculo di un metro e mezzo per tre, nel braccio della morte californiano di San Quentin.
Ma assieme a Fernando Caro, gli Stati Uniti “ospitano” nelle loro galere circa 140.000 veterani. Inoltre, si contano mediamente ogni anno 6.200 suicidi di reduci. È come una guerra nella guerra, che continua pure fuori dai teatri bellici, una volta tornati in patria: un senzatetto su tre, infatti, è veterano, per non parlare delle malattie, spesso mortali, come la cosiddetta Sindrome del Golfo che ha contagiato 210.000 soldati USA o delle malattie mentali diagnosticate a circa 300.000 reduci statunitensi di Iraq e Afghanistan.
Ci si augura che questo libro ed il progetto ad esso collegato possano trovare attenzione e partecipazione, contribuendo a seminare un po’ di pace in un mondo sempre più ostaggio di logiche guerrafondaie che sembrano quasi impossibili da arginare, in un processo di disumanizzazione globale che si fa tanto più evidente quanto più aumenta il disinteresse, la rassegnazione e l’abitudine allo stato ormai permanente di quella che può definirsi “normalità della guerra”.
La prefazione di questo volume, realizzato e curato assieme a Phil Rushton, ci fu regalata, un po' di anni addietro, da Margherita Hack ed è ora un grande piacere poterla riproporre in una versione arricchita e allargata. Tra gli ospiti di questo viaggio collettivo per “restare umani” (per citare Arrigoni), ricordiamo Jack Hirschman, Ivo Machado, Igiaba Scego, Ibrahim Nasrallah, Ferruccio Brugnaro, Beppe Costa, Giancarlo Cavallo, l'afghano Basir Ahang, l'israeliano druso Naim Araidi, i palestinesi Mahmoud Darwish, Samih al-Qasim e Ibrahim Nasrallah, Paul Polansky e tanti/altri/e.

***

PREFAZIONE

Signornò! È la rivolta al Signorsì, all’obbedienza cieca e assoluta che si richiede ai militari, e in particolare in guerra, in omaggio al detto “My country, right or wrong” e in nome dell’amor patrio si giustificano i più orrendi delitti contro il nemico, anche se rappresentato da bambini indifesi. E’ una raccolta di pensieri, di poesie, di sfoghi di militari in guerra, che si domandano: ma non eravamo noi i buoni, i liberatori, i portatori di democrazia? Noi che ammazziamo donne ferite, bambini terrorizzati, immortalati per tutti da quella tragica fotografia della bambina vietnamita seminuda che scappa piangendo, o dal bambino ebreo con le braccia alzate prima di essere trascinato nel lager nazista, due testimonianze di quello che è stato il XX secolo.
È un grido dell’umanità ferita dalla guerra, da questa inutile pazzia dell’umanità esaltata da sempre, come dagli antichi romani: pulcrum et decorum est pro patria mori.
Quando i popoli troveranno il coraggio di rivoltarsi ai loro governi, di gridare uniti Signornò!

Margherita Hack

***

Uno dei testi dei Veterani ospitati nell'antologia:

Appunti per la protesta
dei veterani contro la guerra

di Horace Coleman

Ralph: per quel che concerne
i piani per la marcia locale
si vedano i seguenti punti:

Ho visto la stanca manifestazione a Washington,
le facce ardenti dei nostri tristi ragazzi guerrieri
che lanciavano le loro medaglie al presidente.

Credo che dovremmo emulare
ma non copiare, pertanto:
quando la delegazione arriva
al campidoglio dello stato
leggete prima la petizione:

Non abbiamo paura di uccidere.
Ci dispiace di aver assassinato
le nostre anime. Abbiamo eseguito gli ordini
ma abbiamo imparato a dire NO!

Fermatela. O vi fermeremo noi.
Non resistete. Non potete fermare
i fantasmi che siamo diventati”.

Poi, fa’ che coloro che hanno perso le gambe
si trascinino in avanti e le ammucchino
in modo ordinato.
Quindi fa’ rotolare il teschio
del tuo migliore amico ucciso
lungo la navata.

Infine, fa’ che i ciechi spingano in avanti i tetraplegici
(avranno coltelli tra i denti da dare ai legislatori
cosicché possano usarli su loro stessi). Ce ne andiamo.
Se non li usano
torniamo.

Horace

P.S. Conserva le istruzioni per i tuoi nipoti. Torneranno utili.

***

Per acquistare online SignorNò:
http://www.seamedizioni.it/prodotto/signorno/

giovedì 26 marzo 2015

Pe(n)na di Poeti

aa. vv.
Pe(n)na di Poeti
pag. 296 - euro 10
progetto e stampa a cura di:
Cooperativa l'Officina

Questo lavoro straordinario e collettivo, che corona un progetto di scrittura creativa condotto da Alberto Ramundo e dalla Cooperativa l'officina, si è trasformato in una raccolta poetica di testi scritti da donne e uomini rinchiusi nel carcere di Pesaro. Trovo superfluo aggiungere altro e lascio alle parole della prefazione scritta così generosamente da Jack Hirschman e a quelle di alcune poesie che ho qui selezionato, per esprimere il valore e la bellezza di questo volume.

PREFAZIONE

Il titolo di questo libro Pe(n)na di Poeti è molto appropriato. A Pen ha in italiano il significato di penna. Pena significa sia il dolore e la sofferenza sia la pena intesa come sanzione per chi ha commesso un reato o un'infrazione. Per questo il titolo è opportuno per un lavoro che contiene le poesie di poeti che sono in carcere.
Scrivo poeti che sono in carcere piuttosto che persone che sono in carcere per indicare che i poeti pubblicati in questo libro sono prigionieri politici, non sono “criminali”. Quest'ultima è l'accezione con cui vengono definiti in base alla legge, ma, come esseri umani che sanno creare libertà attraverso l'azione della scrittura, devono essere visti come vittime del sistema criminale di una società che ha bisogno di imprigionarli come esercito di riserva formato da operai schiavizzati.
C'è un'altra ragione per cui questo lavoro ha un valore essenziale: molti sanno che le prigioni sono le università dei poveri e degli emarginati e, in quanto tali, hanno prodotto un flusso di voci poetiche straordinarie. Posso affermare questo perché l'ho vissuto quando ho passato del tempo in prigione – per sostenere la causa dei 'senza tetto' a San Francisco – e ho incontrato detenuti che scrivevano poesia.
L'abbiamo inoltre constatato io e Agneta Falk specialmente quando abbiamo visitato il carcere di massima sicurezza nella zona settentrionale dello Stato di New York un decennio fa, invitati dalla nostra cara amica e compagna, alla fine dei suoi anni, Janine Pommy-Vega, che ha lavorato come poeta nelle prigioni in cui ha condotto sia lezioni che laboratori.
Io e Agneta siamo stati coinvolti – prima ancora che nella lettura – da alcune delle poesie più potenti mai ascoltate, tutte nello stesso anno, lette dagli stessi detenuti.
Così come sono potenti le poesie contenute in questo libro, composte per esigenze altre che non un semplice bisogno “letterario”. Queste poesie, grazie al lavoro di raccolta che Marco Cinque mi ha spedito, esprimono l'assoluta libertà-per-tutti, perfino in creazioni con conclusioni contrarie e negativamente disperate.
In ogni poesia di questo libro, troverete un elemento della lotta per la libertà, perché che cos'altro, se non un cuore fisicamente imprigionato, può percepire la vera essenza di ciò che rappresenta un raggio di luna comparato al viaggio attraverso la notte della propria anima?
Ci sono molte essenze svelate in questo libro. Il lettore frequenterà la scuola del cuore, dove l'unica lezione è la ricezione in sé.
Sappiate che siete amati!

Jack Hirschman
Brigata dei poeti rivoluzionari
San Francisco 2014

***

di Silvia Giacomelli

Quanto ti fai schifo
quando ti specchi
e vorresti solo sputarti in faccia
quando il rimorso vorrebbe ucciderti.
Quando cerchi di scherzare
e non fai ridere neanche te stessa
quando i ricordi diventano lame
gli sbagli bruciature
i rimpianti ti provocano il vomito
che non ti “libera”.
Non puoi gridare, saresti solo punita
e poi non servirebbe a niente.
Non serve piangere,
affogheresti solo nelle tue lacrime
e nella tua sorda sofferenza
non puoi arrenderti,
sarebbe solo da vigliacchi.
Cosa ti resta allora stasera
cara Silvia, maledetta stronza.
Una finestra con trentasei buchi di luce e d'aria
tra queste sbarre di ferro puzzolente.
Un saluto alle ventuno
che vorresti trasformare in baci, abbracci,
notti di passione e infine
cinquanta gocce di Mivias
per non sentire più nulla,
fino a domani.

***

di Vincenzo Lerario
GERMANA

Il tempo è andato
lo hai toccato attraverso
le mie mani,
sospesa nell'aria, libera,
sfogliando l'orizzonte
che i nostri occhi
scoprivano di volta in volta,
abbattendo la prigionia
della libertà
costruita con arte.
Arido il mare intorno a noi
discarica di pianto
e sogni morti di anime
fatte di corpi graffiati
da giudizi sommersi
di perbenisti poco perbene.
Conosci i miei occhi
ogni mattina riflessi
allo specchio del passato,
pieno di crepe
nate dalla mia menzogna,
solo per paura di vivere.
Conosci il mio respiro
quello che ci passavamo
nascosti per strada
per non annegare.
Conosci la mia rabbia
impressa in una parete bianca.
Un giorno d'agosto,
quando una bicicletta
sgangherata sul marciapiede
rompeva l'orizzonte
e i corpi diventavano corpi
del mare.


FERMATA CADORNA/MILANO

Ogni mattina
sfidavamo la noia
tra accordi improvvisati
e parole di sabbia,
nascosti dietro al molo
al riparo dal vento.
Le bottigliette di liquore mignon
rubate dalle credenze
delle nostre madri,
erano niente
rispetto a quello
che continuo a bere;
mentre tu, amico mio
al riparo da occhi,
dopo aver salutato
le montagne al sole,
un giorno di settembre
sceglievi Milano
per dire addio
a quello che da tempo
sapevi di non trovare.

***

di Enrico Suppa

OSTINAZIONE

Nell'assurdo giardino della mia vita
muoiono i fiori ma prospera l'ortica
e io continuo ad annaffiarli entrambi.


L'UOMO CHE TACE

Onda di natura primordiale, la parola,
zavorra d'esistenza, conseguenza tellurica
trasmette tutto il male che l'uomo tace.
Provato da stridori schiumosi di rivolta
è rivolto alla sua terra
goccia a goccia.

***




sabato 24 gennaio 2015

GENOCIDIO CANADESE

Abusi sessuali, sterilizzazioni di massa, assimilazioni forzate ed almeno 50mila bambini nativi morti nelle scuole cattoliche residenziali del Canada dal 1922 al 1984, senza contare tutti coloro che resteranno segnati per sempre, fisicamente e psicologicamente, dalle torture e dalle violenze subite. Nell'arco di quegli anni si è praticamente consumato un genocidio legalizzato su cui il mondo, soprattutto quello civilizzato, ha taciuto e continua a tacere.



di Marco Cinque

Da quando la tragedia delle violenze, delle sterilizzazioni, degli stupri e degli omicidi di bambini indigeni nelle scuole residenziali religiose canadesi (su 118 boarding schools, 79 erano cattoliche romane e dipendevano direttamente dalla Santa Sede) è stata resa pubblica, si sono espressi dubbi, ipotizzando una campagna di disinformazione o considerando la denuncia alla stregua di una strumentale esagerazione giornalistica: come si possono definire questi crimini, sempre che ci siano stati, addirittura un genocidio? E com’è stato possibile che nessuno tra religiosi, famiglie delle vittime e istituzioni, in tanti anni non abbiano mai denunciato le torture e gli omicidi perpetrati ai danni di decine di migliaia di bambini indiani? Ma basta approfondire molti aspetti del vecchio sistema legislativo canadese per avere le idee più chiare. Ad esempio, la Federal Indian Act del 1874, tutt’ora in vigore, ribadisce l’inferiorità legale e morale degli indigeni ed ha istituito il sistema delle scuole residenziali.




Poi la Gradual Civilization Act del 1857, legge che obbligava le famiglie indigene a firmare un documento che trasferiva alle scuole residenziali cristiane i diritti di tutela dei loro figli. Se ci si rifiutava c’era l’arresto immediato oltre a sanzioni economiche. Ma il trasferimento legale dei diritti di tutela dei minori si trasformava anche in trasferimento dei beni dei bambini deceduti, così le scuole residenziali hanno lucrato su quelle morti, appropriandosi di terre che poi rivendevano soprattuto alle multinazionali del legname.
Nella British Columbia, la Sterilization Law, approvata nel 1933 e tuttora attiva, ha consentito di far sterilizzare in maniera massiccia e pianificata qualsiasi ospite nativo delle scuole residenziali. Le sterilizzazioni sono state di frequente attuate nei confronti di interi gruppi di bambini indigeni quando questi avevano raggiunto la pubertà, in istituti quali la Provincial Training School di Red Deer, in Alberta, ed il Ponoka Mental Hospital. Probabilmente è proprio grazie a queste leggi che, all’interno delle scuole religiose, la certezza dell’impunità ha permesso che degli orrendi crimini venissero considerati semplici effetti collaterali di quel sistema.
Secondo un rapporto del dottor Peter Bryce, una buona parte delle morti dei bambini nativi nelle scuole residenziali avvenne a causa della tubercolosi. Era pratica corrente, documentata anche da un repertorio di immagini fotografiche, mescolare deliberatamente bambini sani a bambini malati. Una volta infettatati, agli ospiti degli istituti non venivano fornite cure ed erano lasciati morire. Già dal secondo decennio del secolo scorso i giornali canadesi affermavano che il tasso di mortalità dei bambini indigeni nelle boarding schools era superiore al 50% di quanti erano obbligati a frequentarle, cioè più di un bambino su due in quelle scuole ci moriva.
Oltre alle decine di migliaia di morti delle scuole residenziali, le conseguenze di questo genocidio si continuano a manifestare sui sopravvissuti, attualmente vittime di un contesto di assoluto degrado psicologico, sociale e ambientale, le cui condizioni sono definite da organismi per la tutela dei diritti umani delle Nazioni Unite, quelle di «una popolazione colonizzata al limite della sopravvivenza, con tutte le caratteristiche di una società da terzo mondo».
In merito alle scuse ufficiali dell’11/06/2008 che il presidente del Consiglio dei ministri, Stephen Harper, chiese a nome del governo canadese per gli abusi inflitti alle popolazioni indigene, è stato domandato all’ambasciatore canadese a Roma, James Fox, se in seguito ci fossero stati degli sviluppi: «La Legge Finanziaria 2010 del Governo canadese ha annunciato 199 milioni di dollari per i prossimi due anni per garantire la continuità dei servizi di igiene mentale e supporto emotivo forniti agli ex studenti e alle loro famiglie, nonché la tempestività ed efficienza delle erogazioni agli ex studenti», hanno scritto dall’ambasciata, specificando poi che «l’accordo di riconciliazione (Settlement Agreement) da corrispondere agli ex studenti che hanno risieduto presso una Scuola Residenziale Indiana, comprende elementi individuali e collettivi per il risarcimento».
Nonostante l’impegno del governo canadese riguardo i risarcimenti e la revisione di alcune leggi, non sono ancora giunte chiarificazioni in merito all’apertura di eventuali inchieste giudiziarie tese a stabilire le responsabilità dei crimini e degli omicidi avvenuti nelle boarding schools. Vale a dire che si ammettono i crimini senza però che vengano perseguiti coloro che li hanno commissionati e materialmente eseguiti.
Nessuna risposta è seguita invece alle domande rivolte all'ex papa Ratzinger e ai vertici vaticani da dodici anziani del Consiglio che rappresentano le nazioni Cree, Squamish, Haida e Metis e nessun riferimento o commento a questa tragedia risulta peraltro pervenuta dall'attuale Pontefice.
Tra le altre cose, gli anziani del Consiglio hanno chiesto di «identificare il posto dove sono sepolti i bambini morti, affinchè i loro resti vengano restituiti ai familiari per una degna sepoltura (…) Di identificare e consegnare le persone responsabili per queste morti (…) Di divulgare tutte le prove riguardanti questi decessi e i crimini commessi nelle scuole residenziali, consentendo il pubblico accesso agli archivi del Vaticano ed ai registri delle altre Chiese coinvolte (…) Di revocare le bolle pontificie Romanus Pontifex (1455) e Inter Catera (1493), e tutte le altre leggi che sanzionarono la conquista e la distruzione dei popoli indigeni non-cristiani nel Nuovo Mondo (…) Di revocare la politica del Vaticano che richiede che vescovi e preti tengano segrete le prove degli abusi subiti da bambini indigeni nelle loro chiese invitando le vittime al silenzio…».

 
IL MENU' DELLE TORTURE
Decine e decine di sopravvissuti provenienti da dieci diverse scuole residenziali della British Columbia e dell’Ontario hanno descritto sotto giuramento le seguenti torture, inflitte fra il 1922 e il 1984, a loro stessi e ad altri bambini, alcuni di soli cinque anni di età:
- Stringere fili e lenze da pesca attorno al pene dei bambini; - Inserire aghi nelle loro mani, guance, lingue, orecchie e pene;
- Tenerli sospesi sopra tombe aperte minacciando di seppellirli vivi;
- Costringerli a mangiare cibo pieno di vermi o rigurgitato;
- Dire loro che i genitori erano morti o che stavano per essere uccisi;
- Denudarli di fronte alla scolaresca riunita e umiliarli verbalmente e sessualmente;
- Costringerli a stare eretti per oltre 12 ore di seguito sino a quando non crollavano;
- Immergerli nell’acqua ghiacciata;
- Costringerli a dormire all’aperto durante l’inverno;
- Strappare loro i capelli dalla testa;
- Sbattere ripetutamente le loro teste contro superfici in muratura o in legno;
- Colpirli quotidianamente senza preavviso tramite fruste, bastoni, finimenti da cavallo, cinghie metalliche, stecche da biliardo e tubi di ferro;
- Estrarre loro i denti senza analgesici;
- Rinchiuderli per giorni in stanzini non ventilati senza acqua né cibo;
- Somministrare loro regolarmente scosse elettriche alla testa, ai genitali e agli arti.

LE TESTIMONIANZE

«Quando avevo sei anni, proprio davanti ai miei occhi vidi una suora ammazzare una bambina. Era suor Pierre, ma il suo vero nome era Ethel Lynn. La bambina che uccise si chiamava Elaine Dik e aveva cinque anni. La suora la colpì con violenza dietro il collo e io udii quell’orribile schiocco. Morì proprio dinanzi a noi. Poi la suora ci disse di scavalcarne il corpo e andare in classe. Era il 1966».
(Steven H., St Paul’s Catholic day School, North Vancouver)


«Nè io né nessuno dei miei fratelli potè avere figli dopo che fummo sottoposti ai raggi x nella scuola residenziale Carcross Angelican School, nello Yukon. Presero ognuno di noi e ci misero sotto la macchina a raggi x per 10-20 minuti. Proprio sulla zona pelvica. Avevo 10 anni. Io e i miei fratelli non avemmo mai figli». (Steve John, Denè Nation, 7 giugno 2005)

«Il primo a subire l’operazione fu il maggiore dei miei figli, quando aveva quattro anni. Era il 1975. Lo portarono via mentre io non ero in casa. Nel luglio del 1981 sterilizzarono il mio figlio più giovane, aveva nove anni. Lo portarono al Victoria General Hospital e lo tennero là per giorni. Nessuno dei due ragazzi può avere figli. Ci fecero questo perchè siamo discendenti dei capi originali, eredi di questi territori. Il governo sta ancora cercando di farci fuori». (Nomi non mostrati su richiesta) Vancouver Island, 18 maggio 2005

«Il dott. James Goodbrand sterilizzò molte delle nostre donne. Ho sentito personalmente Goodbrand dire che il governo lo pagava 300 dollari per ogni donna che sterilizzava».
(Sarah Modeste, Cowichan Nation, Vancouver Island, 12 agosto 2000)


«Mia sorella Maggie fu scaraventata da una suora dalla finestra del terzo piano della scuola di Kuper Island, e morì. Tutto venne insabbiato, né venne svolta alcuna indagine. All’epoca, essendo indiani, non potevamo assumere un avvocato e così non venne mai fatto alcunché».
(Bill Steward, Duncan, BC, 13 agosto 1998)


«Mio fratello morì a causa di una scossa elettrica data da un ago da bestiame. Aveva quattro anni, i pastori lo trascinarono e lo ferirono, gli tagliarono la pelle sotto la fronte con una frusta. Come la frusta dei cavalli. Era tagliente e aveva sopra delle lame. Io ero lì, lo sentivo gridare aiuto. Subito dopo c’era un mare di sangue sul pavimento, ma non lo portarono all’ospedale, in infermeria o altrove, e quello accadde allora, quando ero lì. Lo sento ancora che grida aiuto: “Rick, aiuto, mi stanno torturando! Sto morendo!”. E poi morì. Era il mio unico.. Il mio unico… Il mio miglior amico e il mio unico fratello che ho sempre amato».
(Rick La Vallee, Portage La Praire Residential School - Catholic Curch).


«Avevo soltanto otto anni, e ci avevano mandato dalla scuola residenziale anglicana di Alert Bay al Nanaimo Indian Hospital, quello gestito dalla Chiesa Unitaria. Lì mi hanno tenuto in isolamento in una piccola stanza per più di tre anni, come se fossi un topo da laboratorio, somministrandomi pillole e facendomi iniezioni che mi facevano star male. Due miei cugini fecero un gran chiasso, urlando e ribellandosi ogni volta. Così le infermiere fecero loro delle iniezioni, ed entrambi morirono subito. Lo fecero per farli stare zitti».
(Jasper Jospeh, Port Hardy, British Columbia 10 novembre 2000)


«Una sorta di accordo sulla parola fu in vigore per molti anni: le chiese ci fornivano i bambini dalle scuole residenziali e noi incaricavamo l’RCMP di consegnarli a chiunque avesse bisogno di un’infornata di soggetti da esperimento: in genere medici, a volte elementi del Dipartimento della Difesa. I cattolici lo fecero ad alto livello nel Quebec, quando trasferirono in larga scala ragazzi dagli orfanotrofi ai manicomi. Lo scopo era il medesimo: sperimentazione. A quei tempi i settori militari e dell’Intelligence davano molte sovvenzioni: tutto quello che si doveva fare era fornire i soggetti. I funzionari ecclesiastici erano più che contenti di soddisfare quelle richieste. Non erano solo i presidi delle scuole residenziali a prendere tangenti da questo traffico: tutti ne approfittavano, e questo è il motivo per cui la cosa è andata avanti così a lungo; essa coinvolge proprio un sacco di alti papaveri». (Dai fascicoli riservati del tribunale dell’IHRAAM, contenenti le dichiarazioni di fonti confidenziali, 12-14 giugno 1998)

* Testo tratto da miei articoli e reportage pubblicati su “il manifesto” del 6 aprile e del 21 settembre 2010)



domenica 12 ottobre 2014

La sindrome di Mary Poppins


Storie vere di donne che non si sono arrese  - Edizioni Pendragon 2014
un libro di Luisa Barbieri

Sarebbe auspicabile che la sindrome palesata nel titolo e che, come spiegato nel primo capitolo, affligge anche l’autrice, fosse davvero contagiosa, poiché sapersi prendere cura degli altri prima ancora che di se stessi, forse, sarebbe la miglior medicina per alleviare quel malessere sociale che sempre più contamina la nostra capacità di relazionarci in maniera positiva, inclusiva e costruttiva. Luisa Barbieri, qui al suo primo libro, è un medico che ha lavorato per anni all’interno dell’ospedale Maggiore di Bologna,  con una specializzazione nel campo dei Disturbi del comportamento alimentare (DCA).  Nel 2001 ha poi fondato l’associazione medica N.A.Di.R. (Nuova Associazione Disagi di Relazione), che si è trasformata in una comunità aperta, sviluppando moltissimi programmi tesi ad aiutare concretamente persone afflitte da disturbi di relazione.
La Sindrome di Mary Poppins (sottotitolo “Storie vere di donne che non si sono arrese”) potrebbe sembrare una rinuncia alla realizzazione del proprio io per aiutare l’altro/a a realizzarsi: condividere l’altrui dolore, le altrui difficoltà, fino all’impossibilità, soprattutto per una donna, di sentirsi a proprio agio in un mondo violento e declinato al maschile. Insomma “gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro”, per citare De Andrè; ma in realtà Mary-Luisa fa solo quel che ciascuna persona dovrebbe fare: non rinunciare, al di là di ogni stereotipo, alla sua dimensione di donna e a lottare con ogni mezzo per non tradire, per non svendere la propria umanità.
Così questo libro ci offre le strade più difficili, i sentieri più impervi intrapresi attraverso 15 storie di donne che hanno lottato per arrivare a un livello decente di emancipazione. Storie che narrano sofferenze quotidiane e ribellioni per non sottostare al peso della maschia violenza, dell’ipocrisia, dell’omertà, dell’omologazione. Storie reali che sono sintesi ed emblema di decenni di una professione medica vissuta senza quei compromessi che ne avrebbero contaminato valori ed etica.
“C’era una volta Mary Poppins”, verrebbe infine da dire, ma questa fiaba è la storia di una donna che ancor oggi vive nelle storie di altre donne, finché qualcuna di loro chiamerà, finché ce ne sarà bisogno, Mary sarà lì.

per ordinare il libro
http://www.pendragon.it/libro.do?id=2266

Associazione N.A.Di.R.
http://www.mediconadir.it/

martedì 5 agosto 2014

Ferruccio Brugnaro

IL POETA OPERAIO

Marco Cinque
 
Oggi 78enne, il poeta e scrittore autodidatta Ferruccio Brugnaro ha iniziato a lavorare negli anni ‘50 come operaio a Porto Marghera, facendo parte per molto tempo del Consiglio di Fabbrica Montefibre-Montedison, dove per decenni è stato una delle figure di spicco delle lotte del movimento operaio. Pertanto da molti è conosciuto come il “poeta operaio” e attualmente rappresenta uno dei pilastri viventi della poesia contemporanea italiana. Divulgato negli Stati uniti da Jack Hirschman, suo amico, traduttore ed emblema della controcultura statunitense, Brugnaro è stato tradotto anche in paesi come Cina, Francia, Germania, Inghilterra e Grecia.
Nel 1965 Ferruccio inizia a pensare che la poesia può essere un linguaggio molto efficace per denunciare soprusi e rivendicare diritti, così decide di ciclostilare su volantini e distribuire le sue opere nelle periferie, nelle scuole, tra i lavoratori delle fabbriche. Alcune sue poesie degli anni ‘70 si possono persino leggere tra i murales di Orgosolo. Ma anche il suo impegno in sostegno della pace è intenso: ad esempio, nel 1990 furono affissi più di 500 manifesti sui muri di Venezia e di Mestre, che riportavano una sua poesia contro la guerra.
La sua poetica senza padrini né padroni risulta difficile da “inquadrare” per l’incipriato universo critico e accademico ed è alquanto arduo per i pseudo-depositari della letteratura nostrana riuscire a darne uno straccio di definizione sensata, che descriva il valore espresso dalla sua lunga e impegnata militanza di autore, tanto apprezzato fuori dai confini nazionali quanto pressoché ignorato da un mondo culturale salottiero, autoreferenziale e sempre più ostaggio di un business editoriale notoriamente in mano ai pochi e soliti noti che ben conosciamo.
Una raccolta di sue poesie dal titolo Le follie non sono più follie, è stata quest’anno pubblicata per le edizioni SEAM, con una prefazione di Igor Costanzo. Illuminanti molti dei suoi testi, ancora talmente attuali da sembrare quasi impossibile siano stati scritti negli anni ’70: “La crisi, c’è la crisi. / Non vedete, non capite compagni che c’è la crisi / il padrone non ce la fa più / non può più sostenere questa situazione. / Diamogli una mano compagni / (…) non chiediamo più aumenti salariali, / non occorre andare più in pensione / aboliamo le ferie / (…) bisogna lasciare stare le lotte, i contratti. / La produzione, il profitto, i padroni / compagni / sono in pericolo / accorriamo, accorriamo compatti, / C’e la crisi”.
Ferruccio non scrive per se stesso, lo fa per gli altri e gli altri per lui non sono una casta letteraria o un’elite culturale, ma il popolo, la gente comune, gli sfruttati, i perseguitati, gli sconfitti, gli “ultimi” di ogni estrazione e latitudine che lui canta in testi pieni di forza, passione, tenerezza. Non vuole dimostrare, ma mostrare. Non esibire, ma donare. Più che un operaio Ferruccio è un contadino delle parole, semina versi che andrebbero adottati soprattutto dalle ragazze e dai ragazzi delle scuole, letti da soli o in gruppo, lasciati sulla pagina o divulgati ad alta voce nelle strade, nelle piazze, nelle carceri, nei luoghi della sofferenza e in quelli dove ci si incontra e si cresce.
In questo autore straordinario emerge soprattutto una coerenza irriducibile, che non lascia separate le parole dai fatti, la poesia dall’azione, la cultura dalla lotta. E la coerenza, si sa, oggi è divenuta una merce davvero rara. Mai come adesso, in questi tempi di deprivazione dei diritti, di spoliazione delle conquiste sociali e civili e di guerre sempre più sanguinose, c’è necessità di restare umani e di farlo anche attraverso la parola poetica di Ferruccio Brugnaro: “Le guerre non prevarranno / non avranno l’ultima parola. / E’ nata Piera Maria. / La gioia strepita sui davanzali del mondo. / La vita trionfa”.


martedì 26 novembre 2013

Intervista al poeta e attivista Lakota-Oglala Luke Warm Water, in Italia per reading e incontri in sostegno del detenuto politico Leonard Peltier, emblema dei prigionieri nativi americani

di Marco Cinque

Luke Warm Water, alias Kurt Schweigman, è un poeta e attivista Oglala Lakota cresciuto a Rapid City, nel South Dakota. La sua poetica è stata considerata una fusione tra Sherman Alexie, Charles Bukowski e Tom Waits. È stato il primo «spoken-word poet» cioè poeta della parola orale a ricevere il premio Archibald Bush Foundation ed è stato un artista di spicco al prestigioso Geraldine R. Dodge, durante la 12° Biennale di Poesia Festival.
Luke è avvocato ed epidemiologo e attualmente vive ad Oakland, in California. Il prossimo 21 e 22 novembre, il poeta Lakota sarà in Italia, a Roma, per un reading organizzato dall'associazione Café Voltaire e per un incontro in un istituto scolastico, il liceo G.B. Morgagni, a testimoniare contro le discriminazioni che ancor oggi si consumano ai danni dei popoli nativi negli Usa, ma soprattutto a promuovere la causa del detenuto politico Leonard Peltier, tra i primi fondatori dell'American Indian Movement. Il nativo di ascendenza Ojibwa Lakota fu condannato a 2 ergastoli nel 1975, dopo essere stato ingiustamente accusato dall'FBI di 2 omicidi avvenuti nella Riserva di Pine Ridge. Da allora Peltier è rinchiuso in una cella, a scontare un sentiero di lacrime che sta durando ormai da più di 37 anni. Oltre che dal Manifesto, la causa di Peltier è stata sostenuta, tra gli altri, dal Dalai Lama, da Desmond Tutu, ma anche da artisti come Robbie Robertson e Bruce Springsteen che gli hanno dedicato dei brani musicali.
Luke Warm Water è membro delle Revolutionary Poets Brigade, gruppo nato durante Occupy San Francisco e fondato da Jack Hirschman, Bob Coleman, Sarah Menefee e Cathleen Williams. Le RPB da allora sono cresciute, arrivate anche in Europa, con un gruppo attivo a Roma che affiancherà Luke nel reading capitolino. Attualmente la tribù poetica internazionale delle RPB è molto presente soprattutto nel vivo del tessuto sociale (scuole, piazze, carceri, periferie, etc.), con esibizioni a Bagdad e nel mondo, portando la parola di quei poeti che sostengono la voce dei poveri, degli ultimi, degli oppressi, dei discriminati.
Grazie quindi alla presenza di Luke Warm Water, cogliamo l'occasione per tornare a parlare di Peltier e dell'attuale situazione in cui versano i popoli nativi del Nord America.

Prima di tutto, quali sono le ultime notizie su Peltier.Le notizie più recenti su Peltier si possono leggere sul sito www.whoisleonardpeltier.info. Invito i lettori a leggere il sito, a firmare la petizione per il suo rilascio e a scrivere ed inviare a Leonard un biglietto di auguri al suo indirizzo nella prigione della Florida; l'indirizzo è reperibile sul sito. La salute di Leonard è andata peggiorando negli ultimi anni ed è più importante che mai che il Presidente Obama gli conceda la grazia per consentirgli di vivere come un uomo libero i suoi ultimi anni insieme alla sua famiglia, ai suoi amici e agli Oyate, il suo popolo.

Peltier è solo la punta di quell'Iceberg di discriminazione e razzismo che si consuma nei tribunali e nelle carceri degli Stati uniti. Percentualmente infatti i Nativi americani sono in cima alla classifica sia delle incarcerazioni che delle condanne capitali e possono inoltre "godere" di leggi razziali come la «Major Crime Act». Credi che qualcosa stia cambiando o che ancora possa cambiare? Non è cambiato nulla per i nativi americani. La percentuale dei nativi dell'intera popolazione carceraria negli Stati Uniti è superiore a quella di qualsiasi altro gruppo etnico. Peraltro, a parità di crimini commessi, i nativi vengono puniti più severamente nel Sud Dakota rispetto ai bianchi.

Ci sono segnali di «risveglio» delle popolazioni native nordamericane, anche quelle canadesi, col movimento di protesta «Idle No More» (mai più passivi), di cui abbiamo dato notizia sul «Manifesto». Che ne pensi?Idle No More è un movimento molto importante per in nativi e per le popolazioni autoctone di tutto il pianeta. Ho partecipato ad un evento organizzato da Idle No More a Oakland a inizio anno. È stato un bell'evento con molti partecipanti.

Qual è la situazione attuale delle popolazioni native negli States?Questa è una domanda complessa poiché esistono più di 500 tribù negli Stati Uniti. Vi è ad esempio il problema della nuova copertura sanitaria nazionale (Obamacare). Non sappiamo ancora che impatto avrà sui nativi americani poiché molti di loro e delle tribù hanno una copertura sanitaria minima come previsto dal governo. Io mi batto molto per migliorare la salute mentale dei nativi americani in California. Vedo un movimento per favorire il benessere tra le comunità indiane che si basa prevalentemente sulle tradizioni culturali e sulla spiritualità e questa è una cosa positiva. Sono inoltre a conoscenza di un progetto nel sud della California dove la clinica di una tribù fa uso di poetry slam per migliorare il benessere dei giovani nativi americani.

Secondo te che ruolo sociale, culturale e politico può avere oggi la poesia, in un mondo dove i linguaggi sono sempre più complessi, tecnologizzati e autoreferenziali?L'appartenenza alla Revolutionary Poets Brigade ha permesso a molti di venire a conoscenza delle ingiustizie subite dai nativi. Sono molto grato a Agneta Falk e a Jack Hirschman per avermi accolto nella RPB di San Francisco e a tutti gli altri membri con i quali ho stretto amicizia. Entrare a far parte della RPB è stato come un proseguimento del mio lavoro iniziato negli anni Novanta, quando scrivevo e portavo in scena la mia poesia per sensibilizzare l'opinione pubblica sul caso Peltier. Ho aiutato a organizzare eventi di raccolta fondi, scritto lettere ed effettuato campagne grazie alla mia poesia. Inoltre, ho partecipato ad eventi organizzati in nome di Peltier. Attualmente sto organizzando un evento che si terrà a San Francisco il 6 febbraio 2014, in occasione del 38° anno dell'incarcerazione di Leonard. Si chiamerà «Poetry for Peltier» (Poesia per Peltier) e vedrà la partecipazione di diversi poeti nativi americani della Bay Area di San Francisco.

Da quel che ho capito tu usi la parola poetica non come forma di vanità, affermazione individuale o esibizione e in particolare prediligi la parola detta piuttosto che quella scritta. C'è una ragione particolare?Preferisco entrambe le modalità, a dire il vero. La scrittura può essere molto emozionante quando si assiste alla nascita di una nuovo testo su carta (o sullo schermo di un computer), così come è emozionante portare in scena la poesia davanti a un gruppo di decine di centinaia di persone. Sebbene non partecipi più ai poetry slam, ne ho vinti diversi in tutti gli Stati Uniti e due in Germania. Per un poeta nativo americano gareggiare per la vittoria ha un grande impatto ed è un atto di rivendicazione. Percepisco che il pubblico si diverte ed al contempo impara.

Traduzione di Alessandra Bava

dal Sito de "il manifesto"
http://www.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/10139/

martedì 25 giugno 2013


SGUARDI NEL BUIO

Marco Cinque

Con Alberto Ramundo, presidente della Cooperativa l'Officina , è iniziato il lavoro su «FinePenaMai - sguardi nel buio», un progetto che entra nelle prigioni attraverso i linguaggi della poesia, della fotografia, del teatro e della musica, cercando di cogliere quelle voci prigioniere, troppo spesso taciute o dimenticate, per restituirle poi al mondo esterno. Quando non ammette che quel «silenzio» fa parte del suo stesso fallimento politico, istituzionale, giuridico, culturale e sociale riguardo alle disastrose politiche carcerarie, ormai distanti dagli stessi princìpi costituzionali.
Lungo la strada che ci porta a visitare i detenuti e le detenute dei penitenziari di Pesaro e quello di massima sicurezza di Fossombrone, ci intratteniamo per qualche battuta con l'addetto al rifornimento di carburante presso una stazione di servizio: «Questi mangiano, bevono e dormono gratis a nostre spese - ci dice il giovane benzinaio - e noi li manteniamo come se stessero in albergo». Forse è ciò che pensa anche una buona parte dei cittadini onesti di questo paese, ma se il carcere si limita ad essere soltanto un luogo di punizione ed espiazione, dove si separano le persone «cattive» da quelle perbene, la sua funzione sarà paragonabile a quella di una discarica per rifiuti umani, costosi, inutili e dannosi.
Finalmente arriviamo nel carcere di Pesaro con attrezzatura fotografica e un permesso concessoci dalla direttrice dell'area pedagogica, dottoressa Erichetta Vilella, che sostiene con entusiasmo il nostro progetto. Non possiamo però ritrarre le persone detenute in modo che siano riconoscibili, così l'idea è quella di raccontare, attraverso i dettagli, la «vita» all'interno del penitenziario: occhi, mani, tatuaggi, oggetti quotidiani, diventano il percorso narrativo attraverso cui vedere e ascoltare, per poi restituire all'esterno i messaggi di quell'umanità separata, relegata al silenzio, costretta al proprio buio. Cerchiamo quindi di vedere oltre la sorda facilità della rabbia, figlia delle immarcescibili logiche dell'occhio per occhio; una rabbia solitamente diretta verso chi ha sbagliato, verso chi commette reati, persino i crimini più odiosi; ma in questo caso i linguaggi dell'arte e della comunicazione ci aiutano in quel processo necessario a riconoscere le nostre responsabilità, il nostro disinteresse, i nostri stessi lati oscuri che ci appartengono ma che ci nascondiamo o fingiamo di non vedere.
Iniziamo con la sezione femminile, quasi tutte ragazze giovani e immigrate. Un piccolo gruppo di detenute accetta di partecipare attivamente alle riprese. Davvero un bel feeling, anche perché alcune sono in corrispondenza epistolare con un vecchio amico, Fernando Eros Caro, condannato amerindiano di ascendenza yaqui, rinchiuso da 30 anni nel braccio della morte californiano di San Quentin. Le ragazze faticano (e a ragione) a non pensar male del sistema giudiziario italiano, ma quando racconto di quello statunitense, con tutte le sue aberrazioni e contraddizioni, capiscono che l'Italia non è proprio l'ultimissima ruota del carro tra i paesi occidentali, in fatto di violazione dei diritti umani nei contesti carcerari. Purtroppo, pensare a qualcuno che sta peggio è solo una magra consolazione, non certo una soluzione.
Poi passiamo alla sezione maschile, molto più nutrita e ben disposta a collaborare. Solitamente, pure se convivono sotto lo stesso tetto, c'è tensione tra detenuti e personale carcerario, ma stavolta siamo fortunati: ci tocca un agente particolarmente disponibile, che ci facilita il lavoro sotto ogni aspetto e si capisce pure che è benvoluto e rispettato dai detenuti. Più che dei singoli casi giudiziari, i prigionieri tengono a farci sapere che i problemi più grandi sono rappresentati dal degrado all'interno del sistema penale italiano. Problemi che rendono un inferno la quotidianità delle prigioni e che spesso i cittadini del mondo «libero» non conoscono e nemmeno immaginano. Le fotografie che man mano scattiamo cercano di mettere a fuoco verità forse più eloquenti ed efficaci di tante parole, di tante spiegazioni: una mano priva di unghie, polsi segnati da cicatrici profonde, sguardi che implorano, chiavi che ci ricordano di stare nei luoghi con più serrature e porte al mondo, anche se ad aprirle non sei mai tu che ci abiti, ma qualcuno che le apre al posto tuo, a volte per anni, altre volte per tutta la vita.
Il progetto FinePenaMai sta dunque prendendo corpo e presto diventerà un libro di poesie e fotografie (i cui diritti d'autore saranno dedicati proprio al condannato a morte nativo americano, Fernando Caro), una mostra fotografica itinerante e iniziative multimediali su tutto il territorio italiano, con una particolare attenzione agli istituti scolastici di ogni ordine e grado.
Quasi s'accende un lumicino di speranza quando racconto ai detenuti che il carcere non è un'istituzione necessaria, inevitabile e non è vero che sia nata assieme all'essere umano e che da esso sia parte inscindibile. Ci sono invece popoli e culture che non solo non prevedevano prigioni nelle loro organizzazioni sociali, ma non avevano nemmeno le parole per definirle, poiché per essi la prigionia non esisteva neanche nella sfera concettuale: «Storici e antropologi hanno scavato la terra del nostro paese per scoprire la storia dell'emisfero occidentale - ricordava Philip Deere, indiano della tribù Muskogee-Creek - ma non hanno trovato prigioni. Non hanno trovato penitenziari. Non hanno trovato manicomi». A rafforzare questo concetto, Cervo Zoppo, nel libro Sai che gli alberi parlano, scriveva: «Prima che arrivassero i nostri fratelli bianchi per fare di noi degli uomini civilizzati non avevamo alcun tipo di prigione. Per questo motivo non avevamo nemmeno un delinquente».